Pesticidi nel piatto: quasi un alimento su due contiene residui chimici
Su 4.682 campioni analizzati tra frutta, ortaggi, cereali e alimenti di origine animale, il 48% è risultato contenere uno o più pesticidi.
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QQuasi la metà degli alimenti che arrivano sulle nostre tavole contiene tracce di pesticidi. È il dato che emerge dal dossier “Stop pesticidi nel piatto 2025”, realizzato da Legambiente in collaborazione con Assobio e Consorzio Il Biologico, che fotografa con numeri aggiornati la presenza di residui chimici negli alimenti di largo consumo.

Su 4.682 campioni analizzati tra frutta, ortaggi, cereali, prodotti trasformati e alimenti di origine animale, il 48% è risultato contenere uno o più pesticidi. Un dato che non segnala un’emergenza immediata sul piano della legalità, ma che solleva interrogativi sempre più urgenti sul modello agricolo dominante e sull’esposizione cronica della popolazione a miscele di sostanze chimiche.
Residui singoli e multiresiduo: il nodo dell’effetto cocktail
Entrando nel dettaglio, il dossier evidenzia che il 17,33% dei campioni con residui contiene una sola sostanza, mentre il 30,26% presenta un multiresiduo, cioè più pesticidi contemporaneamente. Nella quasi totalità dei casi le concentrazioni rientrano nei limiti di legge, con una percentuale di non conformità pari all’1,47%.

Come sottolinea Legambiente, però, il rispetto dei limiti normativi non esaurisce il problema. Il vero nodo è l’effetto cocktail, ovvero la somma e l’interazione di più principi attivi assunti insieme attraverso la dieta quotidiana. Un aspetto ancora poco considerato dalla normativa europea, ma rilevante soprattutto per bambini, donne in gravidanza e soggetti più vulnerabili.
La frutta è la categoria più critica
La frutta si conferma la categoria più problematica. In tre campioni su quattro è stata rilevata la presenza di multiresiduo, mentre il 2,21% dei campioni analizzati risulta non conforme. Le sostanze più frequenti sono insetticidi e fungicidi, ma non mancano casi che destano particolare preoccupazione.
Le analisi hanno individuato, ad esempio, peperoni italiani con Tetramethrin, un insetticida non più autorizzato dal 2002, e patate e zucchine con tracce di DDT, probabilmente dovute a una contaminazione persistente del suolo. Episodi che dimostrano come alcuni pesticidi continuino a circolare nell’ambiente anche a distanza di decenni dal loro divieto.
Biologico: residui quasi assenti, ma resta il problema della deriva
Molto diverso il quadro che emerge per gli alimenti biologici. L’87,7% dei campioni analizzati è risultato completamente privo di residui, mentre il 7,69% contiene una sola sostanza entro i limiti di legge. In due casi sono state trovate più sostanze, tutte ammesse in agricoltura biologica, come rame e suoi composti.

Un solo campione biologico è risultato non conforme, ma per un fenomeno di deriva, ovvero la contaminazione proveniente da campi limitrofi trattati con pesticidi. Un aspetto che evidenzia come la presenza di chimica in agricoltura non sia solo una scelta individuale, ma un problema sistemico che coinvolge interi territori.
Legambiente: “Ridurre l’uso dei fitofarmaci non è più rinviabile”
Secondo Legambiente, la deriva chimica dell’agricoltura rischia di aggravare ulteriormente la fragilità del settore, già messo alla prova da eventi climatici estremi, perdita di fertilità dei suoli e diffusione di insetti alieni. La risposta, sottolinea l’associazione, non può che essere agroecologica.
«Questi dati ci dicono che non è sufficiente rispettare i limiti di legge dei pesticidi», afferma Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente. «L’obiettivo deve essere ridurre drasticamente l’uso dei fitofarmaci attraverso una legislazione più ambiziosa e modelli produttivi che proteggano ecosistemi e salute. Il multiresiduo resta una minaccia sottovalutata e rappresenta un campanello d’allarme che non possiamo ignorare».