Il panda non è più a rischio estinzione, ma c’è ancora molto da fare
Dopo oltre 60 anni di lavoro sul campo, il panda gigante non è più considerato “In pericolo”, ma “Vulnerabile”.
Altre news
SSessantacinque anni fa, un orso bianco e nero dalle montagne della Cina diventava il volto di una battaglia globale. Oggi, nella Giornata mondiale del panda che si celebra il 16 marzo, quella battaglia può vantare una vittoria importante, anche se non definitiva: il panda gigante non è più considerato “In pericolo”, ma “Vulnerabile”. Un cambio di etichetta che, tradotto dal linguaggio della Lista Rossa IUCN, significa una cosa semplice e potente: ce la stiamo facendo.
Panda, un declino che sembrava irreversibile
Per capire il peso di questo risultato bisogna tornare indietro. Il panda gigante era un tempo diffuso in Cina, Vietnam e Myanmar. Ma già nella prima metà del Novecento la deforestazione massiccia, legata alla conversione agricola di un Paese in rapida trasformazione, aveva frammentato il suo habitat naturale: le foreste di bambù.

La riduzione delle risorse alimentari e l’isolamento genetico delle popolazioni superstiti hanno fatto il resto, abbattendo il tasso di natalità fino a portare la specie sull’orlo del baratro. Negli anni Ottanta si contavano appena 1.100 individui in natura.
Un successo dopo sessant’anni di lavoro sul campo
La svolta è arrivata grazie a un impegno lungo e coordinato. Dal WWF, che ha scelto il panda come proprio simbolo, a numerose ONG cinesi, fino ai governi locali: un’alleanza che ha moltiplicato le riserve naturali dedicate alla specie – oggi 62, per oltre 16.000 km² di foresta protetta – e ha creato corridoi ecologici per riconnettere le popolazioni isolate.
Nel 2007 il WWF ha lanciato il “Green Heart of China Project”, un progetto che copre oltre 57.000 km² nel bacino superiore dello Yangtze e che punta a integrare la conservazione del panda con lo sviluppo sostenibile delle comunità locali. Un altro traguardo fondamentale è stato la creazione del Parco Nazionale del Panda Gigante, che collega habitat cruciali in tre diverse province cinesi.
I numeri della ripresa
I risultati si leggono nei censimenti. L’ultimo promosso dal governo cinese ha stimato 1.864 panda in natura, con una crescita del 17% rispetto alle rilevazioni precedenti. A questi si aggiungono almeno 800 individui ospitati in strutture zoologiche e centri di ricerca, dove proseguono i programmi di riproduzione in cattività. Un dato complessivo che, nel 2026, ha permesso il passaggio dello status di conservazione da “In pericolo” a “Vulnerabile”.

Sarebbe un errore, però, considerare la partita chiusa. “Vulnerabile” non significa “fuori pericolo”. La sopravvivenza del panda resta legata alla salute di un ecosistema fragile – le foreste di bambù – che oggi affronta una minaccia nuova e pervasiva: i cambiamenti climatici. Il WWF si è dato un obiettivo ambizioso: entro il 2030, tutto l’habitat del panda dovrà essere integrato in una rete di conservazione su scala paesaggistica, capace di garantire foreste ben gestite, popolazioni vitali e servizi ecosistemici per le comunità locali.