Zone umide in pericolo: in Italia il 40% degli habitat d’acqua dolce è a rischio
In occasione della Giornata mondiale delle zone umide, WWF Italia ha lanciato un nuovo allarme sul loro stato di conservazione.
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PPaludi, torbiere, lagune e corsi d’acqua sono tra gli ecosistemi più preziosi e, allo stesso tempo, più minacciati del nostro Paese. In occasione della Giornata mondiale delle zone umide, che si celebra il 2 febbraio, WWF Italia lancia un nuovo allarme sul loro stato di conservazione: in Italia circa il 40% degli habitat di acqua dolce e salmastra è in condizioni inadeguate, mentre oltre il 75% delle zone umide storicamente presenti è già scomparso.
La ricorrenza assume un valore simbolico ancora più forte perché coincide con due anniversari importanti: i 50 anni della ratifica italiana della Convenzione di Ramsar e i 60 anni del WWF Italia. Non è un caso che la storia dell’associazione sia iniziata proprio dalla difesa di un’area umida minacciata, il Lago di Burano, in Toscana, diventata la prima Oasi WWF e oggi sito Ramsar e Riserva Naturale dello Stato.
Zone umide, il 40% degli habitat d’acqua dolce in Italia è a rischio
Secondo i dati del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, nel nostro Paese sono attualmente 61 i siti Ramsar ufficialmente riconosciuti, che diventano 66 considerando quelli in fase di designazione. Undici di questi ricadono all’interno di Oasi WWF. Tuttavia, questi numeri rappresentano solo una parte del patrimonio reale: molte zone umide di piccole e medie dimensioni non rientrano nell’elenco internazionale, pur svolgendo funzioni ecologiche fondamentali.

Il quadro che emerge è preoccupante. Quasi il 40% degli habitat d’acqua dolce versa in uno stato di conservazione definito “inadeguato”, a causa di alterazioni dei regimi idrici, frammentazione degli ambienti naturali, urbanizzazione e gestione idraulica non sostenibile. A questo si aggiunge il declino della fauna: il 53% delle specie terrestri e delle acque interne tutelate dalla Direttiva Habitat è in stato sfavorevole. La situazione è particolarmente critica per anfibi, pesci d’acqua dolce e uccelli legati agli ambienti umidi, dove oltre un quinto delle specie nidificanti è minacciato.
Ulteriori pressioni derivano dall’inquinamento diffuso, dalla presenza di specie aliene invasive e da pratiche ancora evitabili, come l’uso del piombo nelle munizioni da caccia. Il fenomeno dell’avvelenamento da piombo continua a essere documentato dai Centri di Recupero per la fauna selvatica, con gravi conseguenze per l’avifauna e per la salute degli ecosistemi. Su questo fronte, il WWF è impegnato da anni per ottenere un bando totale del piombo, anche alla luce delle procedure d’infrazione aperte a livello europeo.
Zone umide, un tripudio di biodiversità
Dal punto di vista ecologico, le zone umide sono tra gli ecosistemi più ricchi di biodiversità del pianeta, al pari delle barriere coralline e delle foreste tropicali. Ospitano un’elevata varietà di specie vegetali e animali, sono fondamentali per gli uccelli migratori e svolgono un ruolo chiave anche per l’economia locale, sostenendo pesca, itticoltura e mitilicoltura. Inoltre, offrono servizi ecosistemici essenziali: mitigano le piene, riducono il rischio di alluvioni, favoriscono la ricarica delle falde e contribuiscono alla regolazione del clima. Torbiere e zone umide costiere, in particolare, sono importanti serbatoi naturali di carbonio.

La tutela delle aree umide è da sempre al centro dell’azione del WWF Italia. In sessant’anni di attività, l’associazione ha promosso la creazione di oltre 100 Oasi, molte delle quali comprendono ambienti umidi di grande valore naturalistico, e ha sostenuto campagne come “One Million Ponds”, dedicate alla protezione dei piccoli stagni e delle zone umide diffuse. Attraverso progetti di rinaturalizzazione, monitoraggi scientifici e iniziative di citizen science, il WWF coinvolge cittadini, scuole e comunità locali nella difesa di questi ecosistemi.
In questo contesto si inserisce anche la Nature Restoration Law dell’Unione Europea, che introduce per la prima volta obiettivi giuridicamente vincolanti di ripristino ecologico. Le zone umide, le torbiere e i fiumi rientrano tra le priorità del regolamento, che impone agli Stati membri di avviare interventi di recupero entro il 2030, con traguardi progressivi al 2040 e 2050. Per l’Italia, questa legge rappresenta un vero cambio di paradigma: non più solo tutela, ma ripristino attivo delle funzioni ecologiche.