Italia, al via la consultazione pubblica sul Piano nazionale di ripristino della natura

Il ministero dell’Ambiente, quello dell’Agricoltura e l’Ispra aprono il confronto sul Piano nazionale di ripristino della natura.

Italia, al via la consultazione pubblica sul Piano nazionale di ripristino della natura

IIl ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, insieme a quello dell’Agricoltura e all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), ha avviato la consultazione pubblica sul Piano nazionale di ripristino della natura (Pnr). Il documento è atteso da decenni e dovrà disciplinare il consumo di suolo in Italia in coerenza con le normative europee, con l’obiettivo di preservare ecosistemi e biodiversità, recuperare le aree degradate – terrestri, di acqua dolce, marine, urbane, agricole e forestali – e prevenire gli impatti delle catastrofi naturali nel contesto dei cambiamenti climatici.

Le origini: dalla direttiva Habitat al Regolamento europeo

Il Pnr dà attuazione al Regolamento europeo sul ripristino della natura (n. 2024/1991), entrato in vigore il 18 agosto 2024, a sua volta discendente dalla direttiva Habitat del 21 maggio 1992. Si tratta del primo regolamento europeo ad affrontare la questione su scala continentale.

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Il Regolamento nasce dall’urgenza di introdurre azioni coordinate per contrastare la perdita di biodiversità e il degrado in atto negli ecosistemi“, sottolinea l’Ispra: “Gli ecosistemi degradati non sono in grado di fornire servizi essenziali come il cibo, l’acqua pulita e la regolazione del clima, da cui dipendono la salute, l’equità sociale e l’economia della nostra società“.

Cosa prevede il Piano nazionale di ripristino della natura?

Il Pnr stabilisce una serie di traguardi progressivi per gli Stati membri: adottare misure di ripristino entro il 2030 su almeno il 30% della superficie totale degli habitat non in buono stato; raggiungere il 60% entro il 2040; arrivare al 90% entro il 2050.

Tra le misure più concrete previste dal Piano: l’azzeramento della perdita netta di spazi verdi entro il 2030 e l’aumento delle aree verdi a partire dal 2031, il che renderà impossibile per i Comuni ridurre le aree verdi senza adottare misure compensative; la rimozione delle barriere alla connettività delle acque superficiali e il ripristino di almeno 25mila chilometri di fiumi; l’inversione del declino degli impollinatori; il miglioramento della biodiversità in aree agricole; il ripristino dei suoli organici che costituiscono torbiere drenate; e misure per rafforzare la biodiversità degli ecosistemi forestali.

Quali Comuni sono coinvolti

Il Pnr non si applicherà a tutti i Comuni italiani: quelli coinvolti in modo obbligatorio sono 2.761 su un totale di circa 7.800, mentre gli altri potranno aderire su base volontaria. Resta da verificare concretamente in che misura le normative urbanistiche e i piani regolatori dei Comuni interessati risulteranno conformi al Piano, considerando che il 22% della superficie terrestre dell’Unione europea è rappresentata da ecosistemi urbani.

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I prossimi passaggi

La consultazione pubblica è aperta a gruppi di ricerca scientifica, singoli cittadini, associazioni di categoria, organizzazioni ambientaliste, comitati locali e qualsiasi altro soggetto interessato. Una volta raccolte le osservazioni, a giugno l’Ispra rivedrà il testo prima dell’approvazione definitiva. La prima proposta del Pnr sarà trasmessa alla Commissione europea entro il 1° settembre 2026; Bruxelles avrà sei mesi per inviare una risposta, e i ministeri e l’Ispra avranno tempo fino al 1° settembre 2027 per integrare le eventuali raccomandazioni prima della trasmissione definitiva.

L’Ispra sottolinea che il documento rappresenta “un processo dinamico”, destinato a essere continuamente aggiornato sulla base delle nuove conoscenze scientifiche, delle valutazioni dei risultati e delle priorità emergenti nel tempo.

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