Uccelli selvatici in forte calo nelle campagne italiane: biodiversità agricola sempre più fragile
Il declino degli uccelli rappresenta un campanello d’allarme sullo stato di salute complessivo dell’ambiente agricolo in Italia.
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LLe campagne italiane stanno diventando sempre più silenziose. Secondo l’ultimo monitoraggio della Lipu basato sul Farmland Bird Index, l’indicatore che misura lo stato delle popolazioni di uccelli negli ambienti agricoli, negli ultimi anni si è registrato un calo complessivo del 33% a livello nazionale. Il dato più critico riguarda le pianure alluvionali, dove la flessione arriva addirittura al 50%, segnale di un sistema agricolo sempre più impoverito dal punto di vista ecologico.
Questo indicatore, finanziato dal Ministero dell’Agricoltura nell’ambito della Politica agricola comune, rappresenta uno strumento chiave per valutare la sostenibilità delle pratiche agricole e l’efficacia delle politiche ambientali. Il declino non riguarda solo specie rare o localizzate, ma anche uccelli storicamente diffusi nel paesaggio rurale italiano. Tra le 28 specie considerate. il 71% mostra una diminuzione significativa.

Alcuni dati sono particolarmente emblematici: il torcicollo ha perso circa il 76% della popolazione in poco più di due decenni, il calandro registra un calo del 73% e il saltimpalo del 71%. In contrazione anche specie familiari come allodole, averle piccole e diverse varietà di passeri. Un segnale evidente di come l’impoverimento della biodiversità agricola stia diventando un fenomeno diffuso.
Uccelli selvatici in forte calo: l’intensificazione agricola tra le cause principali
Alla base di questo declino c’è soprattutto la trasformazione del paesaggio rurale. L’agricoltura intensiva ha progressivamente ridotto elementi naturali fondamentali come siepi, filari e aree incolte, mentre l’uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti ha alterato habitat e catene alimentari.
Questo processo ha portato a una crescente uniformità del territorio agricolo, spesso definita “banalizzazione del paesaggio”. Se in passato il problema riguardava principalmente le pianure più produttive, oggi segnali di criticità emergono anche nelle aree collinari e pedemontane.
Il declino degli uccelli rappresenta quindi un vero indicatore biologico dello stato di salute degli ecosistemi agricoli, con possibili ripercussioni anche sulla produttività agricola, sull’impollinazione e sulla qualità ambientale. Il quadro non migliora osservando le aree montane. L’indice dedicato alle specie delle praterie montane mostra un calo significativo, legato soprattutto all’abbandono delle attività agricole tradizionali.

Specie come l’organetto, il beccafico e lo zigolo giallo registrano riduzioni consistenti. In questi contesti il problema non è l’intensificazione, ma il fenomeno opposto: la scomparsa dei prati-pascoli gestiti dall’uomo, habitat essenziali per molte specie.
Il ruolo delle politiche europee per invertire la rotta
Di fronte a questo scenario, il nuovo Regolamento europeo sul Ripristino della natura viene indicato come una possibile opportunità per recuperare biodiversità negli ecosistemi agricoli. Le norme europee puntano a promuovere pratiche agroecologiche, favorire gli impollinatori e ripristinare habitat degradati. Il Farmland Bird Index continuerà inoltre a essere un riferimento centrale nella Politica agricola comune, soprattutto in vista delle scelte che definiranno la strategia europea dopo il 2027.
La sfida è complessa: non si tratta solo di proteggere singole specie, ma di ripensare il rapporto tra agricoltura e ambiente. Senza interventi mirati e coordinati, il rischio è un progressivo impoverimento degli ecosistemi rurali, con conseguenze che riguardano non solo la fauna selvatica, ma anche la sostenibilità futura della produzione agricola e la qualità della vita nei territori.