Usa, l’amministrazione Trump accelera sull’estrazione mineraria dai fondali marini
La National Oceanic and Atmospheric Administration velocizza l’iter per l’estrazione mineraria dai fondali marini in acque internazionali.
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LL’amministrazione di Donald Trump ha scelto di imprimere una decisa accelerazione all’estrazione mineraria dai fondali oceanici, in un momento in cui la Norvegia ha scelto di sospenderla anche alla luce degli avvertimenti della scienza sulle gravi conseguenze per la biodiversità. La National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) ha approvato in via definitiva una nuova norma che semplifica e velocizza l’iter autorizzativo per le aziende statunitensi interessate allo sfruttamento minerario in acque internazionali. Una decisione che riapre un fronte molto controverso, destinato ad avere ripercussioni ambientali e geopolitiche rilevanti.
Le regole, pubblicate il 21 gennaio 2026, dimezzano il numero di valutazioni di impatto ambientale e di audizioni pubbliche necessarie per ottenere licenze di esplorazione e permessi di recupero commerciale. In pratica, i tempi per avviare attività estrattive sui fondali profondi potrebbero ridursi drasticamente, rendendo più semplice per le imprese statunitensi presentare richieste e passare rapidamente alla fase operativa.
Estrazione mineraria dai fondali marini, l’industria si muove subito
La reazione dell’industria non si è fatta attendere. Il giorno successivo all’entrata in vigore della norma, The Metals Company, startup leader nella corsa alla raccolta di noduli polimetallici, ha presentato una richiesta per operare in un’area quasi doppia rispetto a quella inizialmente prevista. I noduli polimetallici, ricchi di manganese, nichel, cobalto e rame, sono considerati strategici per la transizione energetica, perché impiegati nella produzione di batterie e tecnologie verdi.

Secondo la NOAA, le modifiche regolatorie non riducono le tutele ambientali, ma le “consolidano in un unico processo”, rendendo il sistema più efficiente. Kim Doster, portavoce dell’agenzia, ha spiegato che promuovere l’estrazione mineraria sottomarina potrebbe anche rafforzare la sicurezza economica degli Stati Uniti, riducendo la dipendenza dalle filiere controllate dalla Cina e garantendo una fornitura stabile di minerali critici.
La decisione, però, arriva in un contesto internazionale particolarmente delicato. Gli Stati Uniti non hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e non partecipano all’Autorità Internazionale dei Fondali Marini, l’organismo ONU incaricato di definire un codice minerario globale per le acque internazionali. La nuova norma statunitense si basa invece sul Deep Seabed Hard Mineral Resources Act del 1980, creando un quadro nazionale parallelo.
La dura reazione delle organizzazioni ambientaliste
Secondo molti osservatori, questa scelta rischia di minare gli sforzi multilaterali in corso. “Se l’amministrazione Trump iniziasse a rilasciare questi permessi, c’è una reale possibilità che venga compromessa la funzionalità dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini”, ha avvertito Emily Jeffers, legale del Center for Biological Diversity. Il timore è che l’iniziativa statunitense incoraggi altri Paesi ad agire unilateralmente, indebolendo la governance globale degli oceani.

Le organizzazioni ambientaliste hanno reagito con dure critiche. L’estrazione mineraria in acque profonde avviene in ecosistemi ancora in gran parte sconosciuti, caratterizzati da specie endemiche e tempi di rigenerazione estremamente lenti. I rischi includono la distruzione fisica degli habitat, il sollevamento di sedimenti che possono soffocare la vita marina e la dispersione di inquinanti su vaste aree. Secondo gli ambientalisti, si tratta di danni potenzialmente irreversibili.
Parallelamente, il National Ocean Service della NOAA ha annunciato un nuovo progetto di mappatura di oltre 30.000 miglia nautiche quadrate di acque federali al largo delle Samoa Americane. L’iniziativa rientra nel piano federale per la mappatura dei minerali critici offshore, definito da un ordine esecutivo firmato da Trump. Anche in questo caso, non mancano le opposizioni: i leader indigeni delle comunità del Pacifico si sono detti fortemente contrari, temendo impatti ambientali e culturali su territori marini fondamentali per la loro sopravvivenza.
La semplificazione delle regole sull’estrazione dai fondali marini segna quindi un punto di svolta. Da un lato, promette accesso rapido a risorse considerate strategiche; dall’altro, solleva interrogativi profondi sulla tutela degli oceani e sulla capacità della comunità internazionale di governare in modo condiviso uno degli ultimi grandi spazi incontaminati del pianeta.