Polinesia francese contro il sea mining USA: “Non resteremo passivi mentre estraggono accanto alle nostre acque”
Una startup statunitense ha chiesto permessi per esplorare 25 milioni di acri di fondali vicino alle acque della Polinesia francese.
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Credits: Pixabay
LLa Polinesia francese si sta opponendo a un piano di esplorazione mineraria dei fondali marini nelle acque internazionali adiacenti alle sue acque territoriali. A presentare la richiesta di permessi è stata American Deep Sea Minerals, una startup statunitense che punta a esplorare circa 25 milioni di acri di fondale nell’area nota come Eastern High Seas Pocket 3, alla ricerca di noduli polimetallici contenenti cobalto, nichel e manganese. Le autorità polinesiane affermano di non essere state consultate e temono gravi conseguenze sugli ecosistemi locali e sull’economia di sussistenza della popolazione.
La diatriba con Washington
Nel 2022 il governo della Polinesia francese ha approvato una legge che vieta l’estrazione mineraria dai fondali marini all’interno delle proprie acque territoriali. Nel 2025 ha fatto un ulteriore passo, istituendo la più grande area marina protetta al mondo: 4,8 milioni di chilometri quadrati che ospitano 21 specie di squali, 176 specie di coralli e oltre mille specie di pesci. La Francia ha seguito l’esempio nel 2023, e numerosi altri Paesi, tra cui Spagna, Germania, Portogallo, Svezia, Brasile e Canada, hanno chiesto di vietare questa pratica a livello internazionale.

La richiesta della startup americana rientra però in un quadro più ampio. Nel 2025, pochi mesi dopo il suo insediamento, il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che autorizza l’estrazione mineraria dai fondali marini statunitensi e internazionali, senza sottostare alle regole dell’Autorità internazionale dei fondali marini dell’ONU. Società come The Metals Company hanno già ottenuto permessi dall’agenzia oceanografica NOAA, con l’avvio della commercializzazione previsto per il 2027. La richiesta di American Deep Sea Minerals è una delle dodici attualmente al vaglio negli uffici di Silver Spring, nel Maryland.
La risposta della Polinesia francese
Il presidente polinesiano Moetai Brotherson ha dichiarato che il governo ha ricevuto una mail informativa sui progetti della startup, ma che alle successive richieste di chiarimenti non è arrivata alcuna risposta: nessuna consultazione con le autorità locali né con la società civile. “Non resteremo passivi mentre vengono proposte attività industriali proprio accanto a ecosistemi che la Polinesia francese ha scelto di proteggere“, ha dichiarato Brotherson.

Se la startup dovesse ottenere i permessi, le autorità polinesiane intendono richiedere una valutazione ambientale approfondita e il coinvolgimento in consultazioni ufficiali. Il diritto internazionale prevede il diritto per i popoli indigeni di opporsi a progetti di sviluppo ed estrazione mineraria nei loro territori ancestrali, e quello dei fondali vicini alle isole polinesiane ha un valore tanto economico quanto culturale. Nel 2025 lo stesso Brotherson aveva già dichiarato che le attività estrattive sarebbero state consentite solo se si fosse “passati sul suo cadavere”.
I rischi del sea mining
L’estrazione mineraria dai fondali marini modifica l’habitat delle specie marine e incide su attività economiche come la pesca del tonno, fondamentale per le economie insulari del Pacifico. È per questo che la battaglia della Polinesia francese non è un caso isolato: si inserisce in una tensione crescente tra la nuova corsa alle risorse minerarie degli abissi – accelerata dall’ordine esecutivo di Trump – e i Paesi che scelgono di proteggere i propri ecosistemi marini.