Nei diritti umani c’è anche la tutela contro il cambiamento climatico

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso tre importanti pronunce riguardanti il ruolo degli Stati nel contrasto al cambiamento climatico.

Nei diritti umani c’è anche la tutela contro il cambiamento climatico

IIl 9 aprile 2024 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha emesso tre importanti pronunce riguardanti il ruolo degli Stati nel contrasto al cambiamento climatico. Le sentenze, pur diverse tra loro, convergono nel sottolineare l’importanza di azioni statali concrete per affrontare le conseguenze del riscaldamento globale.

Caso Verein KlimaSeniorinnen Schweiz e altri contro Svizzera

Il primo caso vede come protagonista l’associazione svizzera “Anziane per il clima”, composta da 2.500 donne ultra-sessantacinquenni, preoccupate per gli effetti del cambiamento climatico sulla salute e la qualità della vita. La Corte ha riconosciuto all’associazione il diritto di presentare un reclamo (locus standi) per conto delle sue iscritte, stabilendo che il cambiamento climatico rappresenta una questione di interesse comune per l’umanità. Tuttavia, il ricorso è stato respinto per le quattro ricorrenti individuali, poiché non è stato dimostrato che abbiano subito danni diretti e personali.

La sentenza stabilisce che l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) include il diritto a una protezione efficace dagli effetti negativi del cambiamento climatico. La Svizzera è stata quindi condannata per inadempienza nel garantire misure adeguate per limitare le emissioni di gas serra, riconoscendo il rapporto di causalità tra l’inazione dello Stato e i rischi per i diritti umani, in particolare delle donne anziane.

Il caso Carême contro Francia

Nel secondo caso, l’ex sindaco di Grande-Synthe, Damien Carême, ha accusato lo Stato francese di non aver adottato misure sufficienti per prevenire il rischio che il comune venga sommerso dal Mare del Nord. La Corte ha rigettato il ricorso individuale, ritenendo che Carême non avesse lo status di “vittima”, poiché non risiede più nel comune e non ha legami sufficientemente rilevanti con la città.

Nonostante il rigetto, la decisione non compromette il significato della causa. Già nel 2021, il Consiglio di Stato francese aveva accolto un ricorso presentato dal comune di Grande-Synthe, imponendo al governo di adottare misure più stringenti per raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni del 40% entro il 2030, previsto dall’Accordo di Parigi.

Il caso Duarte Agostinho e altri contro Portogallo e 32 Stati

Il terzo caso è stato promosso da sei giovani portoghesi, che hanno accusato 33 Stati (inclusi i 27 membri dell’Unione Europea) di non aver fatto abbastanza per contrastare il cambiamento climatico. La Corte ha dichiarato il ricorso irricevibile, poiché i ricorrenti non avevano esaurito i mezzi di ricorso interni in Portogallo.

Questo rigetto sottolinea il carattere sussidiario della CEDU rispetto ai sistemi nazionali di tutela dei diritti umani. Tuttavia, la Corte ha negato l’esistenza di una giurisdizione extraterritoriale, in quanto non è stato dimostrato un nesso causale diretto tra le emissioni prodotte dai 33 Stati convenuti e i danni lamentati dai ricorrenti.

Un paradigma dei diritti umani e il clima

Le tre pronunce evidenziano un crescente riconoscimento della rilevanza delle cause climatiche nel contesto dei diritti umani. Nel caso svizzero si afferma l’obbligo degli Stati di adottare misure per proteggere i cittadini dagli effetti del cambiamento climatico. Nel caso francese, invece, si ribadisce l’efficacia dei ricorsi interni per richiedere interventi statali più incisivi. Nel caso portoghese, infine, si pone l’accento sulla necessità di utilizzare i mezzi di ricorso nazionali prima di ricorrere alla Corte di Strasburgo.

Queste sentenze costituiscono un precedente per i 46 Paesi membri del Consiglio d’Europa. La Corte europea dei diritti dell’uomo sottolinea l’urgenza di azioni concrete per rispettare gli impegni climatici e salvaguardare i diritti fondamentali. L’impatto delle decisioni potrebbe essere amplificato da ulteriori sviluppi, come il parere consultivo richiesto alla Corte internazionale di giustizia sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamento climatico.

Nel contesto italiano meritano attenzione i casi Uricchio e De Conto, che vedono l’Italia imputata per inazione climatica. Sarebbe opportuno che lo Stato adottasse misure concrete per rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni, prevenendo così ulteriori condanne e contribuendo a contrastare i rischi irreversibili legati al cambiamento climatico.

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