Prima e dopo la guerra: cosa cambia davvero in un territorio
Le immagini satellitari della campagna Before & After di Oxfam mostrano la distruzione visibile. Ma quello che non si vede dall’alto è spesso ancora più pesante da portare.
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UUn satellite non mente. Fotografa, registra, confronta. E quando si sovrappongono due scatti dello stesso luogo — uno del prima, uno del dopo — la guerra smette di essere un’astrazione e diventa geometria: edifici che scompaiono, strade che si interrompono, quartieri interi ridotti a polvere grigia.
È questo il punto di partenza della campagna Before & After di Oxfam: tre luoghi, tre conflitti, tre devastazioni raccontate dall’alto. Gaza, Sudan (Al Geneina, nel Darfour), Etiopia (Tigray). Ma le immagini satellitari, per quanto potenti, mostrano solo la superficie. La distruzione vera — quella che si misura in anni, in generazioni, in vite che non tornano — non si vede dallo spazio.

L’ambiente: la prima vittima silenziosa
La guerra non distrugge solo case. Distrugge suolo, falde acquifere, ecosistemi. E i danni ambientali sono spesso i più duraturi, perché non si riparano con un cantiere.
A Gaza, il dato sulle macerie è diventato un simbolo dell’apocalisse urbana in corso. Secondo un’analisi congiunta di UN-Habitat e UNEP al 1° dicembre 2024, la guerra ha generato oltre 50 milioni di tonnellate di macerie — diciassette volte la somma di tutti i detriti prodotti da ogni precedente conflitto nella Striscia dal 2008. Dentro quelle macerie ci sono amianto, metalli pesanti, residui di esplosivi. Secondo il rapporto ambientale UNEP del 2024, le falde acquifere sono a rischio di contaminazione strutturale irreversibile, e il crollo delle infrastrutture fognarie ha aumentato in modo drammatico l’esposizione della popolazione a malattie trasmesse dall’acqua.
In Sudan, il conflitto esploso nell’aprile 2023 tra l’esercito regolare e le Forze di Supporto Rapido (RSF) ha distrutto le infrastrutture idriche e fognarie di Khartoum e di gran parte del Darfur. Secondo UNHCR, la crisi sanitaria è aggravata da epidemie di colera, morbillo e dengue che colpiscono simultaneamente decine di stati del paese. L’accesso all’acqua potabile è stato compromesso in modo strutturale, con milioni di persone costrette a ricorrere a fonti non trattate.
In Etiopia, la guerra nel Tigray (2020-2022) ha lasciato il sistema sanitario in condizioni devastanti. Secondo i dati raccolti durante il conflitto e citati dall’OMS, l’86% delle 853 strutture sanitarie della regione è stato almeno parzialmente danneggiato, e 232 di esse sono state rese completamente inutilizzabili. Al termine delle ostilità, solo il 3% delle strutture era ancora funzionante.
Il tessuto sociale: quello che non si ricostruisce in fretta
Dopo una guerra, si può ricostruire un edificio in mesi. Ricostruire un sistema sanitario, scolastico, comunitario richiede decenni. E spesso non ci si riesce mai del tutto.
Gaza aveva, prima del 7 ottobre 2023, un tasso di alfabetizzazione superiore al 97% — uno dei più alti del Medio Oriente. Secondo un aggiornamento della Banca Mondiale del settembre 2024, tutti i 625.000 bambini in età scolare di Gaza sono rimasti fuori dalla scuola dal primo giorno del conflitto, e circa il 95% delle strutture educative è stato danneggiato o distrutto. Il sistema sanitario ha subito un destino simile: l’80% dei centri di cure primarie ha smesso di funzionare, e solo 17 dei 36 ospedali con capacità di ricovero erano ancora parzialmente operativi.
In Sudan, secondo UNHCR, alla fine del 2024 oltre 11 milioni di persone erano sfollate all’interno del paese — il numero più alto di sfollati interni al mondo — con altri 2,7 milioni fuggiti nei paesi vicini. Le università sono chiuse. Il personale medico è fuggito in massa. Il sistema scolastico è in un collasso che ACAPS definisce come una delle più lunghe interruzioni dell’istruzione mai registrate in Sudan, peggiore persino delle chiusure durante il Covid-19.
In Etiopia, la guerra nel Tigray è stata descritta come uno dei conflitti più letali del XXI secolo: ricercatori dell’Università di Ghent stimano tra 162.000 e 378.000 morti, considerando insieme le vittime dirette del conflitto e quelle per carestia e mancanza di cure mediche. I numeri, per la difficoltà di accesso alla regione, rimangono incerti. Ciò che è certo è la portata della violenza sistematica: al Jazeera riporta che, secondo l’OMS, alla fine del conflitto solo il 3% delle strutture sanitarie era operativo, e i tassi di mortalità materna erano regrediti ai livelli del 2001.

I bambini: la generazione che non si recupera
Se c’è una misura della devastazione che va oltre i numeri degli adulti, è quello che accade ai bambini. La guerra non li ferisce solo nel corpo: interrompe la loro istruzione, la loro crescita, la loro capacità di costruire un futuro. E quella perdita, a differenza di un edificio, non si ricostruisce con fondi e mattoni.
A Gaza, secondo la Banca Mondiale, il 90% dei bambini sotto i due anni e il 95% delle donne in gravidanza e in allattamento soffrono di povertà alimentare estrema, consumando due o meno gruppi alimentari al giorno. Una generazione intera è cresciuta senza scuola, senza routine, spesso senza un tetto stabile.
In Sudan, la crisi dell’istruzione ha dimensioni difficili da immaginare. Secondo USA for UNHCR, più del 90% dei 19 milioni di bambini in età scolare non ha accesso all’istruzione formale. Il Sudan è oggi la più grande crisi di sfollamento infantile al mondo: 5 milioni di bambini costretti ad abbandonare le proprie case. ACAPS calcola che quasi 8 milioni di bambini abbiano perso circa 500 giorni di apprendimento dall’inizio del conflitto — e a differenza del Covid, qui non c’è stata nessuna didattica a distanza: la guerra ha distrutto anche le reti elettriche e le connessioni. In alcune regioni, come il Nord Darfur, solo il 3% delle scuole è rimasto aperto.
In Etiopia, i dati dell’OMS citati da Wikipedia mostrano che i tassi di vaccinazione infantile nel Tigray sono crollati dal 90% pre-guerra a meno del 10% durante il conflitto. Malattie quasi eradicate sono ricomparse. Secondo UNICEF, 2,3 milioni di bambini nella regione sono stati tagliati fuori dagli aiuti umanitari. I traumi psicologici — violenze sistematiche su civili, separazioni familiari, sfollamenti di massa — lasceranno cicatrici profonde per generazioni.

Il conto della ricostruzione: decenni, non anni
Quando i cannoni tacciono, il mondo tende a voltare pagina. Ma ricostruire quello che la guerra ha distrutto richiede risorse, tempi e condizioni che raramente si materializzano in fretta. E più passa il tempo, più la ricostruzione diventa difficile.
A Gaza, i numeri sono tali da sfidare la comprensione. Secondo UNCTAD, il PIL della Striscia è crollato dell’83% nel 2024 rispetto all’anno precedente — con perdite cumulative 2023-2024 dell’87%. Il PIL pro capite è sceso a 161 dollari l’anno, meno di 50 centesimi al giorno, tra i livelli più bassi al mondo. La disoccupazione ha superato l’80%. Come scrive UNCTAD, si tratta del collasso economico più rapido e devastante mai registrato. Secondo stime congiunte di ONU, Unione Europea e Banca Mondiale, saranno necessari oltre 70 miliardi di dollari per ricostruire Gaza — e anche nello scenario più ottimistico, con accesso libero ai materiali e aiuti internazionali generosi, ci vorranno decenni per tornare ai livelli economici pre-ottobre 2023. La sola rimozione delle macerie, secondo UNCTAD, potrebbe richiedere fino a 22 anni.
In Sudan, secondo l’ONU, la crisi ha cancellato uno dei pochi processi di stabilizzazione economica avviati dopo anni di dittatura. Il sistema bancario è paralizzato in ampie zone del paese. La valuta ha perso la maggior parte del suo valore. I 30 milioni di persone — quasi i due terzi della popolazione sudanese — che si trovano in condizioni di bisogno umanitario rappresentano un fardello che nessun governo, per quanto intenzionato, potrebbe reggere da solo. La Famine Review Committee ha ufficialmente confermato lo stato di carestia nel Darfur nell’agosto 2024: la prima dichiarazione di questo tipo in più di sette anni.
In Etiopia, il solo costo della ricostruzione fisica del Tigray è stato stimato intorno ai 20 miliardi di dollari. Ma la ricostruzione economica deve fare i conti con una regione che ha perso infrastrutture, personale qualificato, istituzioni, memoria istituzionale. E con una pace ancora fragile: le tensioni politiche irrisolte, la presenza di forze eritree in parte del territorio e la crisi alimentare persistente rendono ogni proiezione ottimistica una scommessa.
Quello che non si vede dall’alto
Le immagini satellitari della campagna Before & After di Oxfam raccontano una verità visiva e immediata: dove prima c’erano case, oggi ci sono macerie. È una testimonianza potente e necessaria.
Ma la guerra trasforma un territorio molto al di là di ciò che un satellite può fotografare. Trasforma la memoria collettiva, la fiducia nelle istituzioni, la capacità di immaginare un futuro. Trasforma i corpi — con le malattie, la malnutrizione, i traumi. Trasforma i bambini, che crescono senza scuola, senza vaccini, senza una normalità a cui aggrapparsi. Trasforma i bilanci degli stati e le proiezioni degli economisti in scenari che si misurano in generazioni, non in trimestri.
E trasforma il tempo: perché ricostruire non significa tornare a prima. Significa ricominciare da un “dopo” che porta dentro di sé tutto il peso di ciò che è stato distrutto.
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Foto: @dailyoverview, source imagery © Vantor