Amazzonia, i popoli indigeni fermano la privatizzazione dei fiumi: il governo brasiliano revoca il decreto

La protesta si è concentrata per giorni nel porto di Santarém, uno dei principali snodi logistici per l’esportazione di soia dall’Amazzonia.

Amazzonia, i popoli indigeni fermano la privatizzazione dei fiumi: il governo brasiliano revoca il decreto

DDopo oltre un mese di mobilitazione e proteste, i popoli indigeni dell’Amazzonia hanno ottenuto una vittoria significativa contro i piani di sviluppo delle infrastrutture fluviali legate al commercio globale della soia. Il governo brasiliano ha deciso infatti di abrogare il decreto che autorizzava la privatizzazione e il dragaggio dei fiumi Tapajós, Madeira e Tocantins, nel cuore della foresta amazzonica.

La decisione arriva dopo settimane di pressione da parte delle comunità locali, che temevano gravi conseguenze ambientali e sociali legate al progetto.

Amazzonia, l’occupazione del porto di Santarém

La protesta si è concentrata nel porto di Santarém, uno dei principali snodi logistici per l’esportazione di soia dall’Amazzonia. Per 33 giorni rappresentanti di circa 14 etnie indigene hanno occupato l’area portuale, bloccando le attività legate al commercio agricolo e attirando l’attenzione nazionale e internazionale sulla questione. Lo scalo è strategico per la multinazionale statunitense Cargill, una delle principali aziende mondiali del settore agroalimentare. Secondo i dati citati durante le proteste, oltre il 70% della soia e del mais esportati da Santarém passa attraverso infrastrutture legate alla compagnia.

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Gli attivisti temevano che il dragaggio dei fiumi e la concessione delle idrovie avrebbero trasformato queste vie d’acqua in corridoi industriali al servizio dell’agroindustria, con effetti negativi sugli ecosistemi e sulle comunità locali.

Il progetto contestato e la decisione del governo

Il provvedimento prevedeva la concessione di migliaia di chilometri di vie fluviali, tra cui il fiume Madeira, da Porto Velho a Itacoatiara, il Tocantins, da Belém a Peixe, e il Tapajós, da Itaituba a Santarém. Secondo le comunità indigene, queste opere avrebbero facilitato l’espansione del trasporto fluviale della soia, aumentando la pressione sull’Amazzonia e accelerando i processi di sfruttamento delle risorse naturali.

Per i popoli che vivono lungo questi corsi d’acqua, però, i fiumi non rappresentano soltanto infrastrutture di trasporto, ma territori ancestrali, fonti di vita e identità culturale.

L’annuncio della revoca è arrivato dopo un incontro al Palazzo del Planalto tra esponenti del governo e rappresentanti delle comunità indigene. Il Ministero dei Porti e degli Aeroporti ha spiegato che la decisione è stata condivisa con altri dicasteri e che la revoca del decreto sarà formalizzata nella Gazzetta Ufficiale.

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Inizialmente l’esecutivo aveva proposto solo una sospensione del progetto, ma le proteste non si erano fermate. La ministra dei Popoli Indigeni, Sônia Guajajara, ha sottolineato che la scelta tiene conto anche degli impegni internazionali del Brasile in materia di diritti delle comunità indigene. In particolare, eventuali progetti futuri dovranno essere preceduti da una consultazione libera, previa e informata, come previsto dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Una vittoria simbolica per l’Amazzonia

Per gli attivisti indigeni, la revoca del decreto rappresenta molto più di uno stop a un progetto infrastrutturale. “Ha vinto il fiume, ha vinto la foresta, ha vinto la memoria dei nostri antenati“, hanno dichiarato al termine della mobilitazione.

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