Dall’Argentina alla Thailandia e agli Stati Uniti: le pere che fanno il giro del mondo

Una confezione di pere a cubetti è diventata virale sui social come simbolo dell’eccessiva distanza che il cibo può percorrere prima di finire nel nostro piatto.

Dall’Argentina alla Thailandia e agli Stati Uniti: le pere che fanno il giro del mondo

IIn un mondo sempre più globalizzato anche un semplice spuntino può nascondere una lunga e complessa catena logistica. È il caso di una confezione di pere a cubetti che, prima di arrivare sugli scaffali di un supermercato statunitense, ha attraversato tre continenti e percorso decine di migliaia di chilometri e che per questo è diventata virale sui social network. Coltivate in Argentina, confezionate in Thailandia e infine vendute negli Stati Uniti, queste pere sono diventate il simbolo di un paradosso del nostro tempo: l’eccessiva distanza che il cibo può percorrere prima di finire nel nostro piatto.

Le immagini del prodotto confezionato hanno fatto il giro dei social, accompagnate da una mappa che mostra le tappe del lungo viaggio. In molti si sono chiesti: com’è possibile che tutto questo sia economicamente sostenibile? E, soprattutto, a che prezzo ambientale?

In realtà dal punto di vista delle emissioni, le navi porta-container rappresentano uno dei mezzi di trasporto merci meno inquinanti: muovono l’80% delle merci globali ma generano solo il 10,6% delle emissioni di CO₂ legate ai trasporti, ben lontano dal 74,5% prodotto dai mezzi su strada. Tuttavia, questo dato non deve trarre in inganno.

Nel settore alimentare, il trasporto incide “solo” per il 6% sulle emissioni totali di gas serra. L’impatto maggiore deriva da allevamenti, coltivazioni e uso del suolo. Ma ciò non significa che spostare prodotti da un continente all’altro sia privo di conseguenze. Oltre all’utilizzo di carburante per ogni tratto della filiera, si somma l’impatto della plastica per il confezionamento, il consumo di energia nei centri di lavorazione e la produzione di rifiuti difficili da gestire.

Nel caso delle pere in questione, si parla di due traversate oceaniche per un prodotto che, sebbene pratico da consumare, non giustifica lo sforzo ambientale sostenuto per essere distribuito. Le domande da porsi sono: vale davvero la pena acquistare un alimento che ha fatto il giro del mondo? E soprattutto, abbiamo davvero bisogno di questo tipo di comodità a scapito dell’ambiente?

Le associazioni ambientaliste sottolineano l’importanza di leggere bene le etichette e informarsi non solo sull’origine della materia prima, ma anche su dove e come è stata lavorata. È essenziale sapere che la provenienza e il confezionamento possono avvenire in Paesi diversi, anche molto lontani tra loro.

In questo senso, la scelta più responsabile resta il chilometro zero: acquistare prodotti locali riduce drasticamente il numero di passaggi intermedi, abbatte le emissioni legate al trasporto e sostiene le economie del territorio. Un piccolo gesto che, se moltiplicato, può contribuire a ridurre l’impatto ambientale del nostro cibo quotidiano.

La storia delle pere che fanno il giro del mondo è un esempio estremo, ma non isolato. Guardarla con attenzione ci aiuta a comprendere quanto sia importante ripensare le nostre abitudini di consumo, ponendo maggiore attenzione non solo a cosa mangiamo, ma anche a come quel cibo è arrivato fino a noi.

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