Acqua, la risorsa sotto pressione: dai data center ai PFAS, dal Po ai ghiacciai
Ogni anno nel mondo vengono estratti 4.000 km cubi d’acqua. In Italia si perde il 42,4% di quella immessa nelle reti di distribuzione.
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CCambiamento climatico, intelligenza artificiale, inquinamento da PFAS, agricoltura intensiva, fusione dei ghiacciai, conflitti armati: le pressioni sull’acqua dolce si moltiplicano e si sovrappongono. La crisi idrica non è un’emergenza futura, ma una realtà già in corso che richiede politiche strutturali, investimenti e un ripensamento dei modelli di produzione e consumo.
Acqua, i numeri globali
Ogni anno nel mondo vengono estratti circa 4.000 chilometri cubi d’acqua da falde, fiumi e laghi. Il 70-72% dell’acqua dolce globale è destinato all’agricoltura, settore che già oggi mette sotto pressione 3,2 miliardi di persone che vivono in aree agricole con scarsità idrica. Sono questi alcuni dei numeri principali messi in fila dall’Atlante dell’Acqua 2026 che Legambiente. Il riscaldamento globale aggrava il quadro: l’aria più calda trattiene circa il 7% di umidità in più per ogni grado di aumento della temperatura, incrementando la probabilità di precipitazioni estreme. Solo il 5% degli eventi meteorologici causa il 61% delle perdite economiche globali, mentre alluvioni improvvise e siccità prolungate si alternano con frequenza crescente.

Le aree più colpite dalla scarsità idrica sono il Medio Oriente, il Nord Africa, l’India, il nord della Cina e il sud-ovest degli Stati Uniti. Nord Africa e Medio Oriente, che rappresentano il 5% della popolazione mondiale, dispongono di appena lo 0,7% delle risorse idriche globali.
Il costo idrico dell’intelligenza artificiale
Uno degli elementi emergenti della crisi riguarda la digitalizzazione. Un data center medio negli Stati Uniti utilizza oltre un milione di litri d’acqua al giorno, principalmente per il raffreddamento. Entro il 2030, il consumo idrico dei data center europei potrebbe eguagliare quello di una grande città.
L’espansione dell’intelligenza artificiale amplifica il fenomeno: se 20 ricerche online consumano circa 10 millilitri d’acqua, un sistema di AI può arrivare a utilizzare fino a mezzo litro per 20-50 interrogazioni. Secondo uno studio dell’Università della California di Riverside, entro il 2027 l’AI globale potrebbe consumare fino a sei volte il volume d’acqua consumato annualmente dalla Danimarca. Anche le criptovalute presentano un’impronta idrica significativa: una singola transazione può richiedere quantità d’acqua paragonabili a quelle necessarie per riempire una piscina.
Terre rare e metalli: l’acqua nascosta nella transizione energetica
La transizione verso energie rinnovabili e mobilità elettrica porta con sé un’ulteriore pressione idrica. L’estrazione di rame richiede circa 97 litri d’acqua per chilogrammo, quella di litio tra 400 e 2.000 litri. Oltre il 50% della produzione globale di rame e litio si trova in aree già soggette a stress idrico. A livello globale si contano quasi 900 conflitti ambientali legati all’attività mineraria, l’85% dei quali connessi all’uso o alla contaminazione delle acque.

Anche i beni di consumo quotidiani nascondono impronte idriche rilevanti: la produzione di un singolo smartphone può richiedere fino a 12.000 litri d’acqua, mentre l’industria tessile utilizza ogni anno 93 miliardi di metri cubi per produrre e distribuire i propri prodotti.
L’acqua in Italia
L’Italia è tra i primi Paesi europei per prelievo di acqua potabile: nel 2022 sono stati prelevati 9,1 miliardi di metri cubi, pari a 155 metri cubi annui per abitante, l’85% dei quali provenienti da acque sotterranee. Il dato più critico riguarda le perdite nelle reti di distribuzione: il 42,4% dell’acqua immessa non arriva a destinazione, con punte superiori al 60% in alcune regioni del Mezzogiorno. Sono sei le procedure di infrazione europee attive nei confronti dell’Italia in materia idrica, tra cui quattro relative a fognature e depurazione. Solo il 56% delle acque reflue è trattato in conformità con la normativa, contro una media UE del 76%.

Sul fronte della contaminazione, i PFAS, le sostanze chimiche persistenti, sono stati rilevati nell’acqua, nel suolo e nella catena alimentare, nonché nel sangue, nella placenta e nel latte materno. In Italia il caso più grave riguarda il Veneto, con circa 350.000 persone esposte per decenni. I costi di bonifica in Europa sono stimati in centinaia di miliardi di euro.
Preoccupa anche lo stato del Po, il principale fiume italiano, con un bacino idrografico di circa 71.000 chilometri quadrati che ospita oltre 16 milioni di persone. Ogni anno vengono prelevati oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua nel distretto del Po, quasi il 75% dei quali destinato all’irrigazione. Il fiume è minacciato da inquinamento chimico, microplastiche e crisi idriche ricorrenti, ed è uno dei principali vettori di plastica nel Mar Adriatico.
I ghiacciai alpini e pirenaici, infine, hanno perso circa il 39% della loro massa tra il 2000 e il 2023. Se il trend dovesse continuare, entro il 2050 gran parte dei ghiacciai europei sotto i 3.500 metri di quota sarà scomparsa. Sulle Alpi italiane i giorni con neve al suolo sono già diminuiti in media di 20-30 giorni rispetto ai primi anni 2000, con deficit dell’equivalente idrico della neve fino al 70%, con ricadute dirette sulla disponibilità d’acqua, sulla portata dei fiumi e sulla produzione idroelettrica.