Sahara, le tartarughe giganti stanno facendo rinascere la vegetazione nel Sahel

Le tartarughe giganti scavano gallerie fino a 15 metri di profondità, rompendo la crosta del suolo e permettendo all’acqua di infiltrarsi.

Sahara, le tartarughe giganti stanno facendo rinascere la vegetazione nel Sahel

NNel 2021, cinquecento tartarughe africane delle speroni (Centrochelys sulcata) sono state rilasciate in un paesaggio degradato ai margini meridionali del Sahara. Cinque anni dopo, le immagini satellitari mostrano macchie verdi sparse che emergono dalla sabbia. Le tartarughe non hanno piantato nulla: hanno solo scavato.

Un ingegnere ecosistemico da cento chilogrammi

La tartaruga africana delle speroni è il più grande rettile terrestre del continente africano e il terzo al mondo per dimensioni, dopo le giganti delle Galápagos e di Aldabra. I maschi adulti possono superare i 100 kg. Ma non è la taglia ad aver trasformato il paesaggio: è la spinta istintiva a scavare. Per sfuggire alle temperature letali del suolo, che nel Sahel possono superare i 60°C di giorno, le tartarughe costruiscono gallerie da 10 a 15 metri di profondità, secondo dati dell’IUCN Tortoise and Freshwater Turtle Specialist Group.

Sahara, le tartarughe giganti stanno facendo rinascere la vegetazione nel Sahel
© Pixabay

Ogni galleria perfora la crosta compatta del suolo, quella stessa crosta che normalmente impedisce all’acqua piovana di infiltrarsi, costringendola a evaporare quasi immediatamente. Una volta rotta la crosta, l’acqua trova un percorso verso il basso. Il suolo circostante acquista capacità di ritenzione idrica. L’umidità rimane nel terreno più a lungo dopo ogni pioggia.

Dal tunnel al giardino

Il meccanismo che segue è più fisico che biologico. L’ingresso di una galleria e il suolo smosso attorno creano una tasca di microclima stabile. La tartaruga non trasporta né disperde semi intenzionalmente, ma i semi già dormienti sulla superficie indurita – o trasportati dal vento – trovano abbastanza umidità e riparo nei pressi del cunicolo per germogliare. Insetti e microrganismi colonizzano il suolo allentato. La catena ecologica si espande verso l’esterno. Nel tempo, la vegetazione si infittisce attorno alle zone di scavo.

Gli ecologi definiscono ingegneri degli ecosistemi gli organismi che rimodellano fisicamente il loro ambiente a vantaggio di altre specie. Una revisione pubblicata nel 2017 su Frontiers in Ecology and Evolution aveva già segnalato la tartaruga africana delle speroni come esempio di “grande potenziale di ingegneria ecosistemica”, proprio per la lunghezza delle gallerie e per la loro presenza in ambienti semi-desertici dove copertura vegetale e umidità sono scarsissime.

Nessuna attrezzatura, solo reintroduzione

Nessun impianto di irrigazione, nessun trattamento chimico del suolo, nessuna piantagione meccanica. L’intervento è consistito esclusivamente nel rilascio di un rettile nativo in un habitat da cui era stato eliminato dalla pressione umana: caccia, espansione agricola e pascolo eccessivo avevano ridotto drasticamente le popolazioni locali. Il tasso di sopravvivenza delle tartarughe monitorate in Senegal ha superato l’80% su quattro anni, un dato cruciale perché gli effetti sul paesaggio si accumulano solo se gli animali vivono abbastanza a lungo da continuare a scavare.

Sahara, le tartarughe giganti stanno facendo rinascere la vegetazione nel Sahel
© Pixabay

L’organizzazione S.O.S. (Save Our Sulcata) gestisce programmi di allevamento e rilascio in Senegal dal 1992. Un report IUCN del 2020 descrive il santuario Village des Tortues a Noflaye, Senegal, che ospita oltre 300 individui e da cui decine di esemplari sono stati reintrodotti in natura.

Una specie in pericolo che aiuta a salvare un ecosistema

L’IUCN classifica la tartaruga africana delle speroni come specie in pericolo. Le popolazioni stanno diminuendo rapidamente in quasi tutto il suo areale residuo: la specie è già stata eliminata da diversi Paesi, tra cui probabilmente Camerun, Gibuti e Togo. Circa il 60% della minaccia è attribuito alla perdita di habitat, il 25% ai cambiamenti climatici; il resto alla caccia per la carne, all’uso in medicina tradizionale e al commercio come animale da compagnia.

Il progetto non viene presentato come una soluzione universale alla desertificazione nel Sahel, una regione sottoposta a pressioni sovrapposte: siccità ricorrenti, densità di pascolo, instabilità politica e frammentazione degli habitat. La reintroduzione della tartaruga offre però un esempio concreto di come una specie chiave possa riavviare meccanismi ecologici dormienti senza alcuna ingegneria pesante.

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