I parchi solari nel deserto del Gobi riducono le tempeste di sabbia: il doppio beneficio delle rinnovabili
La ricerca dell’Università di Nanchino: i pannelli solari rallentano i venti superficiali e stabilizzano il suolo.
Altre news
Credits: Pixabay
II grandi impianti di energia solare costruiti nel Deserto del Gobi, in Cina, non producono solo elettricità pulita: riducono anche l’inquinamento da polveri che colpisce la Cina settentrionale ogni primavera. È la conclusione di un nuovo studio guidato da Yueting Hao dell’Università di Nanchino, pubblicato su Geophysical Research Letters, che svela un beneficio finora poco considerato dell’infrastruttura rinnovabile.
Come funziona il meccanismo
Durante la primavera, i forti venti sollevano dal suolo arido e scarsamente vegetato del Gobi particelle minerali che vengono trasportate per centinaia di chilometri fino alle grandi città come Pechino, costituendo una grave minaccia per la salute pubblica. I pannelli solari, secondo lo studio, agiscono come uno scudo protettivo: riducono la velocità del vento in superficie, stabilizzano il suolo e alterano i pattern meteorologici locali, rendendo più difficile alle polveri raggiungere l’atmosfera.

Nelle aree analizzate, la copertura vegetale è aumentata di circa il 17% durante la primavera rispetto alle condizioni precedenti alla costruzione degli impianti, mentre l’erodibilità del suolo, cioè la facilità con cui il terreno può essere spazzato via dal vento, è diminuita nella stessa misura.
Le proiezioni al 2060
Se la Cina espandesse i parchi solari nel Gobi in linea con i suoi piani di neutralità carbonica al 2060, la superficie coperta aumenterebbe di quasi 11 volte. Un’espansione di tale portata potrebbe ridurre il trasporto di polveri di circa il 21%, con una conseguente diminuzione delle concentrazioni medie primaverili di particelle nelle aree della Cina settentrionale di circa il 14%.
L’assenza di nuovi impianti comporterebbe invece un peggioramento: le velocità del vento più elevate attese entro il 2060 potrebbero aumentare le emissioni di polvere primaverili dal Gobi di circa il 13% e il loro trasporto di circa il 27%.
Il contesto
Negli ultimi dieci anni la Cina ha ottenuto risultati significativi nella lotta all’inquinamento atmosferico, riducendo drasticamente i livelli di PM2,5 grazie al taglio delle emissioni da combustibili fossili avviato con il Piano d’Azione Nazionale per la Qualità dell’Aria del 2013. Tuttavia, la quota di inquinamento da particolato più grossolano (tra 2,5 e 10 micrometri), in gran parte di origine naturale, legato alle tempeste di sabbia, è salita dal 55% del 2013 al 65% del 2023, diventando la sfida principale per la qualità dell’aria.
Lo studio aggiunge dunque una dimensione inedita alla transizione energetica cinese: i parchi solari nel deserto non sono solo uno strumento di decarbonizzazione, ma anche una risposta concreta a un problema di salute pubblica che colpisce centinaia di milioni di persone.